E
dove potrebbe essere se non qui. Nel
cuore di quel Sannio che diede per oltre
un secolo filo da torcere ai Romani, e
poi accolse nell'ambito
del suo territorio i Goti sconfitti.
Ma l'Antro di Alarico non è solo
un accreditato ristorante. E'condotto
con mano sicura da una donna, la cui
storia non è estranea alla nascita del
locale e alle sue fortune.
Raffaella
Iannotta - da sempre Lella, un sorriso
eternamente stampato sulle labbra e
temperamento deciso - ha alle spalle qualche anno di Medicina, prima a
Napoli e poi a Padova. Ed è nell'ambito
dell'università partenopea che incontra
Said, cittadino giordano e studente di
architettura. Un amore improvviso e
travolgente fa scandalo in paese. Mai l'arabo-musulmano.
Il
rifiuto
è totale. Per giunta Lella conta in
famiglia uno zio prete.
Ma
la donna è forte e tira avanti.
Verranno così il matrimonio, due
splendidi figli, la laurea di Said, il
ritorno a casa. E qui, in quella
dimensione che solo la terra di
origine può darci, Lella riscopre l'antica
passione per la cucina. L'aveva covata
per anni, tenendola a bada quando le
condizioni non permettevano di darle
sfogo, ma anche alimentandola con
lettere e contatti interessanti.
"Se hai qualcosa che ti spinge, un
maestro lo trovi sempre, a qualunque
latitudine.
Poi,
nel '90, la decisione di dar vita
all'Antro di Alarico, nel cuore più
antico di Sant'Agata, quasi a ridosso
del Duomo. L'ambiente è piccolo,
appena due sale, poco più di cinquanta
posti, impronta rustica con
qualche velleità d'arte. E' il posto giusto per avviare una cucina a mezza strada fra
tradizione
e fantasia. Muovendo magari dal
più famoso prodotto locale: quella mela
annurca, saporita e profumata, dalla
buccia colore cassa di violino. Un
frutto che impone di essere raccolto
prima della sua maturazione, perché il
peduncolo troppo corto non ne
sopporterebbe il peso. Comincia così
la fatica di disporre le mele in fila
su letti di paglia o tavole di legno,
per poi rigirarle più volte, una per
una, fino a quando non raggiungono il
punto giusto per essere gustate.
Pizzelle e frittelle con le mele rappresentano,
infatti, uno dei piùoriginali antipasti di Lella. La quale utilizza questo frutto
anche per i suoi Fagottini di pasta
frolla, nocciole tritate e miele. Ma il
successo dell'Antro passa soprattutto
attraverso i piatti di cacciagione (una
prelibatezza la lepre con le castagne);
i misti di carne alla
brace; la tagliata di vitello con porcini.
Per i primi, invece, il primato
spetta alla pasta a mano, con tartufo
o alle erbe di campo.
Ottimo
il rapporto qualità-prezzo,
sempre tenuto d'occhio da artisti
e gente di spettacolo, che frequenta
abitualmente l'Antro. Accoglienza
cordiale, arricchita dal costante
sorriso di Lella.
Taste
VINI L'antro
diAlarìco a Sant'Agata dei Goti
Corriere del Mezzogiorno19
giugno 2004
Said,
un giordano a Sant'Agata dei Goti
Dalle pareti alla cucina: un locale di
tradizione tentato dalle novità
Ciò
che non riuscì al visigoto è riuscito, due millenni e
mezzo più tardi, ad un giordano: l'Antro è sempre intitolato ad Alarico, ma
a regnare stabilmente in quest'angolo della cittadina sannita è da tempo Said,
ex-extracomunitario di talento che, subentrato con la moglie Raffaelina
Iannotta alla guida di questo affermato locale affacciato sulla deliziosa
piazza Duomo, non ha avuto timore di chiudere i battenti per qualche mese,
riaprendoli poi per offrire agli indigeni
lo spettacolo di uno spazio in gran parte rinnovato. In maniera
discutibile dirà qualcuno, per via di quello spatolato veneziano molto
modaiolo, di quegli affreschi classico-moderni a coprire qua e là il vecchio
tufo (eppure la matrona romana sul triclinio e i ruderi ravennati un loro
legame filologico con Alarico ce l'hanno), ma l'entusiasmo di Said è tale che
non ci proviamo neppure a spegnerlo. D'altra parte,
siamo qui per soddisfare le papille più delle pupille, e possiamo
comunque rifarci lo sguardo con la visione di alcune riproduzioni del maestro
de Stefano e di altri quadri contemporanei mentre arrivano gli antipasti: il
piatto degli affettati (uno per due, mi raccomando) è della qualità che ti
aspetti in una zona di materie prime eccellenti, ma è impreziosito dai
caprini alla brace, o farciti con pepe e peperoncino, più piccoli freschi
asparagi locali. Sul menu vero e proprio non è semplicissimo orientarsi,
poiché il cartello con cavalletto all'ingresso non rende giustizia alla
varietà delle proposte. Si procede dunque a voce, con preferenza per le
trofie dell'orto, ben amalgamate con le verdure di
stagione. Ma quando come Said si ha la fortuna di avere un amico nobile, per
di più cacciatore, per di più appena tornato da una battuta in Scozia, può
succedere (e ci è successo) che i ravioli siano conditi con dell'ottimo
capriolo impallinato di recente. Se sulla lista Said «non fa carte», sul
vino sì: musulmano di fede ma alcolicamente laico (sul maiale non saprei), ha
composto una lista di un centinaio di etichette in buona parte del territorio.
Noi si comincia però con un vitigno autoctono
fino a un certo punto, perché è un Barbera non piemontese ma di Castelvenere,
qui a due passi. Barbera o Barbetta (questo il nome con cui Venditti l'ha
registrato, in omaggio all'antenato che
l'aveva valorizzato) che sia, «1 Vàndari» 2000 risulta ancora troppo
spigoloso, il volpino Said subito se ne accorge e ci propone di sostituirlo
con un aglianico assolutamente speciale (anche nel prezzo), il «Tre Pietre»
di Corte Normanna nativo di Guardia Sanframondi. Gran vino anche nell'annata
2000, e anche bevuto il giorno dopo: ma ora e qui, tra goti, vandali, vàndari
e normanni l'atmosfera è quella giusta per le carni (vitello, salsiccia, agnello...) alla brace, e il meglio viene con la carne al
coriandolo, spezia che evoca sprazzi d'Oriente. Ma stavolta Said non c'entra,
è Raffaelina che se vuole sa dar fondo alla fantasia: fa anche una dolceamara
salsa di melograno, e quando glielo chiedono (ma se non ce lo dicono prima,
come facciamo a chiederlo?) prepara un intero menu a base di mele annurche.
Insalata e pasta comprese. Ci avviamo al finale, ma Said non ci sta a lasciarci andar via senza prima averci mostrato
con orgoglio il sottostante intimo winebar aperto solo
la sera (con pezzi di lardo e altre delizie appesi a stagionare o da
affettare al volo} e l'ancor più sottostante antro scavato nel tufo. Sta
pensando a come utilizzarlo, dice cantina ma pensa discoteca, speriamo bene.
Riemergiamo per il dessert: squisita pasta
sfoglia con annurca, il pensiero va a quel pasto tutta-mela che c'è
sfuggito per un soffio e brindiamo al talento di Raffaelina con un bicchiere
di distillato. Di annurca, of course, ma lei lealmente ammette che dentro
c'è lo zampino del Calvados. La coppia, intanto, fattasi sospettosa per le
nostre troppe domande, intuisce qualche cosa, e al momento del conto non
resiste: «Quando verrà il professor de Stefano, chi dobbiamo dire?». «Dite
che lo saluta Ugo D'Alessio», rispondo strizzando l'occhiolino al mio
complice, un attore che tra poco sarà in teatro il portinaio di «Questi
fantasmi» di Eduardo, interpretato all'epoca dal grande Ugo. Anche per il
Critico Maccheronico, gli esami non finiscono mai.
a
cura di Antonio
Fiore
> I ristoranti e le trattorie: dentro e fuori le guide
Sant'Agata
dei Goti, Sannio.
L'Antro
di Alarico
29/05/2004
Vico Gioielli, 7-13
Tel. 0823.717454, 0823.953817
Chiuso il lunedì, ferie variabili in estate
Siamo a Piazza Duomo e i locali affacciano
sul lato della principale chiesa del borgo
medioevale. Sotto spettacolari cantine scavate
nel tufo a dieci metri di profondita, sopra un
punto di degustazione che funziona come wine bar
e due salette molto calde e accoglienti. Oltre a
Mustilli è questo il posto sicuro dove cercare
lampi di buona cucina e di intelligenza nel
piatto. Il proprietario, Said, è un giordano
sposato a Sant'Agata che riesce a dare una
impronta mediterranea alle ricette del
territorio attraverso soprattutto l'uso sapiente
della frutta, delle erbe e delle spezie. Una
fusion in salsa asrabo-sannita dove non c'è
virtuosismo, ma simpatiche indicazioni come
l'insalata di mela annurca con il grano, oppure
i bocconcini di agnello alle spezie, i formaggi
freschi alle erbette o al pepe, i dolci, la
barchetta di pane di pizza con le fave e il
formaggio. La carta dei vini è legata al
territorio sannita ma non mancano scelte
nazionali un po' scontate mentre è sicuramente
un difetto l'assenza dei prodotti dell'unica
azienda del paese che ha regalato la omonima doc
al territorio.
24/06/2005
Il paese gotico tra storia, arte e gastronomia
Sant’Agata
dei Goti è uno dei tesori della Campania ancora fuori
dai grandi circuiti di massa. Conosciuta per il suo
vino, è una sorpresa per tutti gli enoturisti: una tesi
di architettura a cielo aperto, con chiese, conventi e
monumenti perfettamente conservati. Il centro è
costruito sull’antica Saticula, città sannitica ai
confini della Campania, ricordata esplicitamente nel 343
a.C. quando durante la prima guerra sannitica vi si
accampò il console Cornelio. Nel 315, durante la
seconda guerra sannitica, Saticula fu assediata dal
dittatore Lucio Emilio e conquistata da Quinto Fabio.
Due anni dopo, secondo l’uso dei conquistatori, fu
fondata una colonia che durante la seconda guerra punica
rimase fedele a Roma. Ma il nome attuale risale al VI
secolo quando i Goti, sconfitti nel 553 nella battaglia
del Vesuvio ottennero dai vincitori bizantini di
rimanere nelle loro fortezze come sudditi dell’impero:
una loro colonia si stabilì qui, fortezza naturale.
Sant’Agata fu poi conquistata dai Longobardi entrando
a far parte del ducato di Benevento. Nell’866, alleata
ai Bizantini, fu assediata e presa dall’imperatore
Ludovico II. Nel X secolo divenne sede vescovile. Nel
1038 vi si rifugiò Pandolfo IV di Capua, insieme col
vescovo Basilio di Montecassino, per sfuggire a Corrado
II: aiutato dai Bizantini vi si difese per nove anni.
Nel 1066 se ne impadronirono i Normanni e nel 1230 passò
al Papa Gregorio IX. Innumerevoli i passaggi successivi
fino all’eversione della feudalità. Tra i vescovi che
sedettero sulla cattedra di Sant’Agata sono da
ricordare Felice Peretti (1566-72), poi Papa col nome di
Sisto V, e Sant’Alfonso de’ Liguori. Sant’Agata da
vedere e da mangiare. Per esempio le «'nfrennule»,
taralli al vino e finocchietto tipici del paese venduti
da «Frogiero» a piazza Trieste, 27 (tel. 0823.717277).
Un altro panificio all'inizio di via Roma, «Le magie
del grano», propone pane, taralli e dolcetti molto
buoni. Una sfizioseria è il gelato alla Falanghina,
proposto per l’occasione dal Bar Normanno
in via Roma, 65 (tel. 0823.953042). Da provare i
formaggi pecorini di Della Ratta, in via dei Fiori 10
(tel. 0823 717734). In paese c’è il Consorzio della
mela annurca, e per sapere tutto ci si può rivolgere a
Marco Razzano (tel. 0823.717762, 338.8806415). Per
l’olio c’è un grande frantoio dove conferiscono le
olive quasi tutti i santagatesi. È il Framar, in via
Capellino (tel. 0823. 718048). Carni e salumi sono
ovunque molto buoni perché si usano solo animali
locali. In via Roma c'è la macelleria di Iannucci (tel.
0823.953460). Per quanto riguarda la ristorazione vanno
oltre i consueti menu turistici «Piazza Duomo»,
proprio di fronte alla Cattedrale (tel. 0823.717683) e,
a pochi metri, «L’Antro
di Alarico» (tel. 0823.717454, 0823.953817) con
spettacolari cantine scavate a dieci metri nel tufo e
una cucina sannita con lampi arabi frutto della fantasia
di Said e di Raffaella tra cui citiamo l’insalata di
grano e mela annurca.
Editoriale CAMPANIA
I Profumi di Sant'Agata
di Enrico Caracciolo
Un'isola
di tufo nella terra del sannio che resiste ad ogni forma di
contaminazione cercando di valorizzare le proprie radici
L’odore
del mare non arriva a Sant'Agata de' Goti ma quello sperone di
tufo è la porta verso la luce del sud. Qualcosa nell'aria
annuncia la parte finale della penisola che sprofonda in pieno
Mediterraneo. La mole del monte Taburno e le alture del Sannio
allungano ombre e frescure su questo borgo ignorato dal turismo che si
affanna e corre verso mete ormai ben note. Sant'Agata de' Goti non si
trova a portata di autostrada ma la via verso il sud comincia qui. Le
fondamenta della città anziché scomparire sotto terra emergono
poderosamente sopra un dente di tufo, la pietra porosa che costituisce
la pelle ruvida e l'anima cavernosa della città. E
se oggi questa città conserva la sua forte identità resistendo ad
ogni tipo di contaminazione lo si deve a quello sperone tufaceo
inattaccabile da qualsivoglia espansione e violenza edilizia. Sant'Agata
infatti è un'isola sulla terraferma che resiste a tutti i maremoti
originati dalla dissennata gestione del territorio. La culla della
città precipita indietro nel tempo per ben 2345 anni nel periodo in
cui Romani e Sanniti combattevano tra le pieghe di questo aspro
territorio; da queste parti infatti si accampò Cornelio, console
romano che, nel 343 a.C, per poco non andò incontro ad una memorabile
sconfitta: si salvò infatti solo per il provvidenziale intervento di
Decio. AH'epoca la città sannitica si chiamava Saticula e divenne
Sant'Agata de' Goti nel VI secolo
d.C. quando i Visigoti e il loro re Ricimere hmediarono una sonora
disfatta all'ombra del Vesuvio. Persero ma ottennero il diritto di
rimanere nelle loro fortezze come sudditi dell'ímpero. Tutti sappiamo
che l'arte della pace è molto più complicata del gioco della guerra
e così in seguito è stata la volta di Longobardi, Bizantini e
Normanni. Dall'anno Mille in poi la città è passata nelle mani di
famiglie nobili, duchi, vescovi e anche un papa: Felice Peretti,
ovvero Sisto V. Ma
la città è storicamente legata alla figura di Sant'Alfonso de'
Liguori (1696-1787), grande personalità ecclesiastica che fondò la
congregazione Redentorista.
Tutto
ciò lascia intendere che Sant'Agata è una città
storicamente importante e la sua forte personalità si concretizza in
forme architettoniche di gran pregio. II borgo
è come un piccolo portafogli pieno zeppo di grandi banconote, un
contenitore ricchissimo di opere d'arte che meritano un viaggio. Ma
dopo qualche giorno trascorso a Sant'Agata de' Goti ho scoperto un
tesoro altrettanto importante. Non me ne vogliano gli storici
dell'arte ma c'è qualcosa che mi ha affascinato di più delle pietre
nobili, delle tele e dei metalli preziosi. Sant'Agata è ricca infatti
di "monumenti animati", gente comune che è il cuore
pulsante di questa picco-lissima città. Su quello zoccolo di tufo tra
piazze, statue, altari, campanili vive un microcosmo che fa di Sant'Agata
un luogo a metà strada tra l’immaginario e il reale, uno spaccato
d'ltalia profumata di anni '60, una location ideale per produrre un fiím
capace di raccontare le radici del nostro Paese. Ecco perché la breve
passeggiata nel borgo diventa un viaggio vero camminando sulla strada
che penetra nell'essenza del Mezzogiomo. Le tappe di questo viaggio
potrebbero raccontarsi con una vecchia polaroid, la nonna delle
attuali fotocamere digitali capace di "sputare" in
leggerissima differita pezzi un po' sfuocati e realistici di appunti
visivi. L'album comincia con la vista sul borgo dal ponte sul
fiume Martorano, quadro di
tufo, case, balconi e campanili capace di descrivere la fusione dei
vari elementi che costituiscono il paese. Dopo il ponte, il filo
conduttore del viaggio prosegue lungo l'asse di via Roma. Raggiunti i
portici che di mattina strabordano di frutta e verdura. Poco più
avanti la piazza Umberto I: al
re l'onore del nome, a Sant'Alfonso il fregio della statua. II vescovo
santo è un ponte tra Sant'Agata e il paradiso che raccoglie
preghiere, invocazioni, speranze santagatesi. Per entrare nella grande
piazza dominata dalla candida facciata dell'Episcopio si deve
attraversare un campo magnetico generato da un conflitto generazionale
intriso diemozioni
e sentimenti. Da una parte la Società Operaia di Mutuo Soccorso,
dall'altra il Circolo dei Signori; da una parte uomini antichi e forti
come querce e rugosi come olivi, dall'altra giovin signori tirati a
lucido. Altro grande patrimonio della fertile terra sannitica è
altrettanto profumato e ricco di storia: la mela annurca infatti èla
"regina delle mele", una varietà antichissima, che resiste
non senza affanni ai cambiamenti di gusto, alle trasformazioni
tecniche e alle esigenze di mercato
delle nuove cuìtivar, progettate per fare bella figura in espositori
di supermercati. Appena avete terminato la passeggiata nel borgo fate
un salto in un melaio della campagna circostante: quando vi troverete
di fronte a sterminati tappeti rossi osservando donne in ginocchio che
girano migliaia di mele, una ad una, curandone la maturazíone allora
sarà facile capire cos'è una mela annurca.
L'itinerario
termina al cospetto del duomo
e del bellissimo prònao antistante che racconta senza parole ma con
smorfie di colonne e capitelli corinzi il peso della gravità e del
tempo. In quella piazzetta c'è l'"Antro di Alarico" dove
Raffaella ha inventato un menù pervaso dall'aroma inconfondibile
dell'annurca: sarà una scoperta di cui non svelo nulla se non la
magia di un leggendario piatto di fusilli che mi tormenta come una
tentazione irresistibile di tornare a Sant'Agata.