Ristorante l'Antro di Alarico

 Pizzeria - Cantina - Degustazioni

Sant'Agata dei Goti (BN) -Vico Gioielli, 7 - 11- 13

 Tel.   389 9939883 -  366 3966512

antrodialarico@libero.it

 
   

 
 

IL PERSONAGGIO

L'ANTRO DI ALARICO

A SANT'AGATA DEI GOTI

di Nino D'Antonio

E dove potrebbe essere se non qui. Nel cuore di quel Sannio che diede per oltre un secolo filo da torcere ai Romani, e poi accolse nell'ambito del suo territorio i Goti sconfitti. Ma l'Antro di Alarico non è solo un accreditato ristorante. E'condotto con mano sicura da una donna, la cui storia non è estranea alla nascita del locale e alle sue fortune.

Raffaella Iannotta - da sempre Lella, un sorriso eternamente stampato sulle labbra e temperamento deciso - ha alle spalle qualche anno di Medicina, prima a Napoli e poi a Padova. Ed è nell'ambito dell'università partenopea che incontra Said, cittadino giordano e studente di architettura. Un amore improvviso e travolgente fa scandalo in paese. Mai l'arabo-musulmano. Il rifiuto è totale. Per giunta Lella conta in famiglia uno zio prete.

Ma la donna è forte e tira avanti. Verranno così il matrimonio, due splendidi figli, la laurea di Said, il ritorno a casa. E qui, in quella dimensione che solo la terra di origine può darci, Lella riscopre l'antica passione per la cucina. L'aveva covata per anni, tenendola a bada quando le condizioni non permettevano di darle sfogo, ma anche alimentandola con lettere e contatti interessanti. "Se hai qualcosa che ti spinge, un maestro lo trovi sempre, a qualunque latitudine.

Poi, nel '90, la decisione di dar vita all'Antro di Alarico, nel cuore più antico di Sant'Agata, quasi a ridosso del Duomo. L'ambiente è piccolo, appena due sale, poco più di cinquanta posti, impronta rustica con qualche velleità d'arte. E'  il posto giusto per avviare una cucina a mezza strada fra tradizione e fantasia. Muovendo magari dal più famoso prodotto locale: quella mela annurca, saporita e profumata, dalla buccia colore cassa di violino. Un frutto che impone di essere raccolto prima della sua maturazione, perché il peduncolo troppo corto non ne sopporterebbe il peso. Comincia così la fatica di disporre le mele in fila su letti di paglia o tavole di legno, per poi rigirarle più volte, una per una, fino a quando non raggiungono il punto giusto per essere gustate.

Pizzelle e frittelle con le mele rappresentano, infatti, uno dei più originali antipasti di Lella. La quale utilizza questo frutto anche per i suoi Fagottini di pasta frolla, nocciole tritate e miele. Ma il successo dell'Antro passa soprattutto attraverso i piatti di cacciagione (una prelibatezza la lepre con le castagne); i misti di carne alla brace; la tagliata di vitello con porcini. Per i primi, invece, il primato spetta alla pasta a mano, con tartufo o alle erbe di campo.

Ottimo il rapporto qualità-prezzo, sempre tenuto d'occhio da artisti e gente di spettacolo, che frequenta abitualmente l'Antro. Accoglienza cordiale, arricchita dal costante sorriso di Lella.

Taste VINI L'antro diAlarìco a Sant'Agata dei Goti 

  
 

Corriere del Mezzogiorno                                                             19 giugno  2004

Said, un giordano a Sant'Agata dei Goti

Dalle pareti alla cucina: un locale di tradizione tentato dalle novità

Ciò che non riuscì al visigoto è riuscito, due millenni e mezzo più tardi, ad un giordano: l'Antro è sempre intitolato ad Alarico, ma a regnare stabilmente in quest'angolo della cittadina sannita è da tempo Said, ex-extracomunitario di talento che, subentrato con la moglie Raffaelina Iannotta alla guida di questo affermato locale affacciato sulla deliziosa piazza Duomo, non ha avuto timore di chiudere i battenti per qualche mese, riaprendoli poi per offrire agli indigeni lo spettacolo di uno spazio in gran parte rinnovato. In maniera discutibile dirà qualcuno, per via di quello spatolato veneziano molto modaiolo, di quegli affreschi classico-moderni a coprire qua e là il vecchio tufo (eppure la matrona romana sul triclinio e i ruderi ravennati un loro legame filologico con Alarico ce l'hanno), ma l'entusiasmo di Said è tale che non ci proviamo neppure a spegnerlo. D'altra parte, siamo qui per soddisfare le papille più delle pupille, e possiamo comunque rifarci lo sguardo con la visione di alcune riproduzioni del maestro de Stefano e di altri quadri contemporanei mentre arrivano gli antipasti: il piatto degli affettati (uno per due, mi raccomando) è della qualità che ti aspetti in una zona di materie prime eccellenti, ma è impreziosito dai caprini alla brace, o farciti con pepe e peperoncino, più piccoli freschi asparagi locali. Sul menu vero e proprio non è semplicissimo orientarsi, poiché il cartello con cavalletto all'ingresso non rende giustizia alla varietà delle proposte. Si procede dunque a voce, con preferenza per le trofie dell'orto, ben amalgamate con le verdure di stagione. Ma quando come Said si ha la fortuna di avere un amico nobile, per di più cacciatore, per di più appena tornato da una battuta in Scozia, può succedere (e ci è successo) che i ravioli siano conditi con dell'ottimo capriolo impallinato di recente. Se sulla lista Said «non fa carte», sul vino sì: musulmano di fede ma alcolicamente laico (sul maiale non saprei), ha composto una lista di un centinaio di etichette in buona parte del territorio. Noi si comincia però con un vitigno autoctono fino a un certo punto, perché è un Barbera non piemontese ma di Castelvenere, qui a due passi. Barbera o Barbetta (questo il nome con cui Venditti l'ha registrato, in omaggio all'antenato che l'aveva valorizzato) che sia, «1 Vàndari» 2000 risulta ancora troppo spigoloso, il volpino Said subito se ne accorge e ci propone di sostituirlo con un aglianico assolutamente speciale (anche nel prezzo), il «Tre Pietre» di Corte Normanna nativo di Guardia Sanframondi. Gran vino anche nell'annata 2000, e anche bevuto il giorno dopo: ma ora e qui, tra goti, vandali, vàndari e normanni l'atmosfera è quella giusta per le carni (vitello, salsiccia, agnello...) alla brace, e il meglio viene con la carne al coriandolo, spezia che evoca sprazzi d'Oriente. Ma stavolta Said non c'entra, è Raffaelina che se vuole sa dar fondo alla fantasia: fa anche una dolceamara salsa di melograno, e quando glielo chiedono (ma se non ce lo dicono prima, come facciamo a chiederlo?) prepara un intero menu a base di mele annurche. Insalata e pasta comprese. Ci avviamo al finale, ma Said non ci sta a lasciarci andar via senza prima averci mostrato con orgoglio il sottostante intimo winebar aperto solo la sera (con pezzi di lardo e altre delizie appesi a stagionare o da affettare al volo} e l'ancor più sottostante antro scavato nel tufo. Sta pensando a come utilizzarlo, dice cantina ma pensa discoteca, speriamo bene. Riemergiamo per il dessert: squisita pasta sfoglia con annurca, il pensiero va a quel pasto tutta-mela che c'è sfuggito per un soffio e brindiamo al talento di Raffaelina con un bicchiere di distillato. Di annurca, of course, ma lei lealmente ammette che dentro  c'è lo zampino del Calvados. La coppia, intanto, fattasi sospettosa per le nostre troppe domande, intuisce qualche cosa, e al momento del conto non resiste: «Quando verrà il professor de Stefano, chi dobbiamo dire?». «Dite che lo saluta Ugo D'Alessio», rispondo strizzando l'occhiolino al mio complice, un attore che tra poco sarà in teatro il portinaio di «Questi fantasmi» di Eduardo, interpretato all'epoca dal grande Ugo. Anche per il Critico Maccheronico, gli esami non finiscono mai.

a cura di Antonio Fiore

 

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Sant'Agata dei Goti, Sannio. 

L'Antro di Alarico

29/05/2004

Vico Gioielli, 7-13

Tel. 0823.717454, 0823.953817

Chiuso il lunedì, ferie variabili in estate

Siamo a Piazza Duomo e i locali affacciano sul lato della principale chiesa del borgo medioevale. Sotto spettacolari cantine scavate nel tufo a dieci metri di profondita, sopra un punto di degustazione che funziona come wine bar e due salette molto calde e accoglienti. Oltre a Mustilli è questo il posto sicuro dove cercare lampi di buona cucina e di intelligenza nel piatto. Il proprietario, Said, è un giordano sposato a Sant'Agata che riesce a dare una impronta mediterranea alle ricette del territorio attraverso soprattutto l'uso sapiente della frutta, delle erbe e delle spezie. Una fusion in salsa asrabo-sannita dove non c'è virtuosismo, ma simpatiche indicazioni come l'insalata di mela annurca con il grano, oppure i bocconcini di agnello alle spezie, i formaggi freschi alle erbette o al pepe, i dolci, la barchetta di pane di pizza con le fave e il formaggio. La carta dei vini è legata al territorio sannita ma non mancano scelte nazionali un po' scontate mentre è sicuramente un difetto l'assenza dei prodotti dell'unica azienda del paese che ha regalato la omonima doc al territorio.

 

24/06/2005

 

Il paese gotico tra storia, arte e gastronomia

 

Sant’Agata dei Goti è uno dei tesori della Campania ancora fuori dai grandi circuiti di massa. Conosciuta per il suo vino, è una sorpresa per tutti gli enoturisti: una tesi di architettura a cielo aperto, con chiese, conventi e monumenti perfettamente conservati. Il centro è costruito sull’antica Saticula, città sannitica ai confini della Campania, ricordata esplicitamente nel 343 a.C. quando durante la prima guerra sannitica vi si accampò il console Cornelio. Nel 315, durante la seconda guerra sannitica, Saticula fu assediata dal dittatore Lucio Emilio e conquistata da Quinto Fabio. Due anni dopo, secondo l’uso dei conquistatori, fu fondata una colonia che durante la seconda guerra punica rimase fedele a Roma. Ma il nome attuale risale al VI secolo quando i Goti, sconfitti nel 553 nella battaglia del Vesuvio ottennero dai vincitori bizantini di rimanere nelle loro fortezze come sudditi dell’impero: una loro colonia si stabilì qui, fortezza naturale. Sant’Agata fu poi conquistata dai Longobardi entrando a far parte del ducato di Benevento. Nell’866, alleata ai Bizantini, fu assediata e presa dall’imperatore Ludovico II. Nel X secolo divenne sede vescovile. Nel 1038 vi si rifugiò Pandolfo IV di Capua, insieme col vescovo Basilio di Montecassino, per sfuggire a Corrado II: aiutato dai Bizantini vi si difese per nove anni. Nel 1066 se ne impadronirono i Normanni e nel 1230 passò al Papa Gregorio IX. Innumerevoli i passaggi successivi fino all’eversione della feudalità. Tra i vescovi che sedettero sulla cattedra di Sant’Agata sono da ricordare Felice Peretti (1566-72), poi Papa col nome di Sisto V, e Sant’Alfonso de’ Liguori. Sant’Agata da vedere e da mangiare. Per esempio le «'nfrennule», taralli al vino e finocchietto tipici del paese venduti da «Frogiero» a piazza Trieste, 27 (tel. 0823.717277). Un altro panificio all'inizio di via Roma, «Le magie del grano», propone pane, taralli e dolcetti molto buoni. Una sfizioseria è il gelato alla Falanghina, proposto per l’occasione dal Bar Normanno in via Roma, 65 (tel. 0823.953042). Da provare i formaggi pecorini di Della Ratta, in via dei Fiori 10 (tel. 0823 717734). In paese c’è il Consorzio della mela annurca, e per sapere tutto ci si può rivolgere a Marco Razzano (tel. 0823.717762, 338.8806415). Per l’olio c’è un grande frantoio dove conferiscono le olive quasi tutti i santagatesi. È il Framar, in via Capellino (tel. 0823. 718048). Carni e salumi sono ovunque molto buoni perché si usano solo animali locali. In via Roma c'è la macelleria di Iannucci (tel. 0823.953460). Per quanto riguarda la ristorazione vanno oltre i consueti menu turistici «Piazza Duomo», proprio di fronte alla Cattedrale (tel. 0823.717683) e, a pochi metri, «L’Antro di Alarico» (tel. 0823.717454, 0823.953817) con spettacolari cantine scavate a dieci metri nel tufo e una cucina sannita con lampi arabi frutto della fantasia di Said e di Raffaella tra cui citiamo l’insalata di grano e mela annurca. 

 

   Editoriale CAMPANIA

I Profumi di Sant'Agata 

di Enrico Caracciolo     

 Un'isola di tufo nella terra del sannio che resiste ad ogni forma di contaminazione cercando di valorizzare le proprie radici

L’odore del mare non arriva a  Sant'Agata de' Goti ma quello sperone di tufo è la porta verso   la luce del sud. Qualcosa nell'aria annuncia la parte finale della penisola che sprofonda in pieno Mediterraneo. La mole del monte Taburno e le alture del Sannio allungano ombre e frescure su questo borgo ignorato dal turismo che si affanna e corre verso mete ormai ben note. Sant'Agata de' Goti non si trova a portata di autostrada ma la via verso il sud comincia qui. Le fondamenta della città anziché scomparire sotto terra emergono poderosamente sopra un dente di tufo, la pietra porosa che costituisce la pelle ruvida e l'anima cavernosa della città. E se oggi questa città conserva la sua forte identità resistendo ad ogni tipo di contaminazione lo si deve a quello sperone tufaceo inattaccabile da qualsivoglia espansione e violenza edilizia. Sant'Agata infatti è un'isola sulla terraferma che resiste a tutti i maremoti originati dalla dissennata gestione del territorio. La culla della città precipita indietro nel tempo per ben 2345 anni nel periodo in cui Romani e Sanniti combattevano tra le pieghe di questo aspro territorio; da queste parti infatti si accampò Cornelio, console romano che, nel 343 a.C, per poco non andò incontro ad una memorabile sconfitta: si salvò infatti solo per il provvidenziale intervento di Decio. AH'epoca la città sannitica si chiamava Saticula e divenne Sant'Agata de' Goti nel VI secolo d.C. quando i Visigoti e il loro re Ricimere hmediarono una sonora disfatta all'ombra del Vesuvio. Persero ma ottennero il diritto di rimanere nelle loro fortezze come sudditi dell'ímpero. Tutti sappiamo che l'arte della pace è molto più complicata del gioco della guerra e così in seguito è stata la volta di Longobardi, Bizantini e Normanni. Dall'anno Mille in poi la città è passata nelle mani di famiglie nobili, duchi, vescovi e anche un papa: Felice Peretti, ovvero Sisto V. Ma la città è storicamente legata alla figura di Sant'Alfonso de' Liguori (1696-1787), grande personalità ecclesiastica che fondò la congregazione Redentorista. 

Tutto ciò lascia intendere che Sant'Agata è una città storicamente importante e la sua forte personalità si concretizza in forme architettoniche di gran pregio. II borgo è come un piccolo portafogli pieno zeppo di grandi banconote, un contenitore ricchissimo di opere d'arte che meritano un viaggio. Ma dopo qualche giorno trascorso a Sant'Agata de' Goti ho scoperto un tesoro altrettanto importante. Non me ne vogliano gli storici dell'arte ma c'è qualcosa che mi ha affascinato di più delle pietre nobili, delle tele e dei metalli preziosi. Sant'Agata è ricca infatti di "monumenti animati", gente comune che è il cuore pulsante di questa picco-lissima città. Su quello zoccolo di tufo tra piazze, statue, altari, campanili vive un microcosmo che fa di Sant'Agata un luogo a metà strada tra l’immaginario e il reale, uno spaccato d'ltalia profumata di anni '60, una location ideale per produrre un fiím capace di raccontare le radici del nostro Paese. Ecco perché la breve passeggiata nel borgo diventa un viaggio vero camminando sulla strada che penetra nell'essenza del Mezzogiomo. Le tappe di questo viaggio potrebbero raccontarsi con una vecchia polaroid, la nonna delle attuali fotocamere digitali capace di "sputare" in leggerissima differita pezzi un po' sfuocati e realistici di appunti visivi. L'album comincia con la vista sul borgo dal ponte sul fiume Martorano, quadro di tufo, case, balconi e campanili capace di descrivere la fusione dei vari elementi che costituiscono il paese. Dopo il ponte, il filo conduttore del viaggio prosegue lungo l'asse di via Roma. Raggiunti i portici che di mattina strabordano di frutta e verdura. Poco più avanti la piazza Umberto I: al re l'onore del nome, a Sant'Alfonso il fregio della statua. II vescovo santo è un ponte tra Sant'Agata e il paradiso che raccoglie preghiere, invocazioni, speranze santagatesi. Per entrare nella grande piazza dominata dalla candida facciata dell'Episcopio si deve attraversare un campo magnetico generato da un conflitto generazionale intriso di emozioni e sentimenti. Da una parte la Società Operaia di Mutuo Soccorso, dall'altra il Circolo dei Signori; da una parte uomini antichi e forti come querce e rugosi come olivi, dall'altra giovin signori tirati a lucido. Altro grande patrimonio della fertile terra sannitica è altrettanto profumato e ricco di storia: la mela annurca infatti è la "regina delle mele", una varietà antichissima, che resiste non senza affanni ai cambiamenti di gusto, alle trasformazioni tecniche e alle esigenze di mercato delle nuove cuìtivar, progettate per fare bella figura in espositori di supermercati. Appena avete terminato la passeggiata nel borgo fate un salto in un melaio della campagna circostante: quando vi troverete di fronte a sterminati tappeti rossi osservando donne in ginocchio che girano migliaia di mele, una ad una, curandone la maturazíone allora sarà facile capire cos'è una mela annurca. 

L'itinerario termina al cospetto del duomo e del bellissimo prònao antistante che racconta senza parole ma con smorfie di colonne e capitelli corinzi il peso della gravità e del tempo. In quella piazzetta c'è l'"Antro di Alarico" dove Raffaella ha inventato un menù pervaso dall'aroma inconfondibile dell'annurca: sarà una scoperta di cui non svelo nulla se non la magia di un leggendario piatto di fusilli che mi tormenta come una tentazione irresistibile di tornare a Sant'Agata. 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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